Il mio impatto infantile con il fundraising

Nel paese di Montebasso, sull’appennino emiliano, il primo giorno dell’anno i bambini si alzano presto per andare in giro ad augurare il buonanno — si dice e si scrive così, tutto attaccato — alle case del borgo. A Giovanni, che ha appena compiuto dieci anni, non interessa tanto il Capodanno — sì okay, meglio i botti dei cinesi o quelli dei napoletani? e la vecchiona impagliata, bruciata in piazza, tutte cose divertenti per i turisti ma non memorabili. Ma il primo giorno dell’anno, invece, oh sì che è importante: dalla sera ci si confronta con gli amici per capire in quali case vivono i vecchietti, che magari ti fanno un terzo grado su chi sei e chi è tua mamma e tuo papà e tua sorella e perdi almeno mezz’ora per raggranellare sì e no cinquanta centesimi, e in quali invece ci sono le vecchie stronze che ti chiudono subito la porta in faccia, in quali villette a schiera svernano per le feste famigliole con bambini piccoli che ti fanno festa, ti danno pure da mangiare i dolcetti[…]

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